Mezzo secolo di storia tra fabbrica e politica
7 Marzo 2025 | Inserito da Ombretta T. Rinieri under Cronaca, Cultura, Cultura Locale, ex Alfa Romeo, Locale, Nazionale, Politica, Sindacale |
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IL PERSONAGGIO – Intervista ad Armando Calaminici: dall’Alfa a parlamentare
ARESE – Armando Calaminici, nato a Catanzaro il 20 gennaio 1938, è un politico di lungo corso del panorama aresino e nazionale. E’ stato in Alfa Romeo sindacalista di operai e impiegati iscritti alla Fiom Cgil, deputato per il Pci dal 1976 al 1983 nella VII e VIII legislatura, vice sindaco e assessore a urbanistica e lavori pubblici ad Arese nelle giunte Gentili dal 1985 al 1993 rette dalle coalizioni ‘anomale’ Dc-Pci, vice sindaco nella giunta di Rosella Ronchi sempre con le stese mansioni, consigliere di minoranza durante i dieci anni delle giunte Perferi, mente grigia e consigliere del centrosinistra cittadino attraverso le varie fasi evolutive del partito Pci-Pds-Ds-Pd.
Una biografia ricca di storia, le cui vicende personali e locali s’intrecciano strettamente con quelle nazionali della politica industriale e sociale del nostro Paese. Con questa intervista, il “Notiziario” ne coglie la testimonianza.
La vita in fabbrica
Diplomatosi perito meccanico all’istituto “Ercolino Scalfaro” di Catanzaro, Armando Calaminici si distingue fra i migliori studenti in Italia e vince una borsa di studio dell’Alfa Romeo.
“Sono arrivato a Milano nel 1958 – racconta – per frequentare al Portello un corso di perfezionamento di dieci mesi in perito industriale quando ancora li sfornava la scuola aziendale, mentre in seguito prese ad assumerli già diplomati. Dal punto di vista formativo è stata un’esperienza unica. Eravamo circa venticinque ragazzi, tutti primi classificati nelle proprie scuole. Il corso aveva una parte teorica e una pratica. Si giravano tutti i reparti e alla fine si era imparato a conoscere tutto il ciclo di produzione dell’auto. A dirigere la scuola c’era l’ingegner Trabucchi, severo, che mensilmente compilava una graduatoria che teneva conto dei rendimenti e della puntualità con cui timbravamo il cartellino”.
La borsa di studio ammontava a 24mila lire nette e a seconda della graduatoria, se ne aggiungevano 4-3-2mila lire in più. “I soldi – continua Calaminici – ci bastavano a pagarci l’affitto della stanza che la stessa scuola dell’Alfa Romeo ci destinava presso famiglie della zona. In fabbrica c’era la mensa a mezzogiorno e sera. Si mangiava bene e si pagava poco”.
All’epoca tutta la produzione delle vetture era all’interno del Portello, dalla meccanica con i motori, i cambi e le sospensioni alla carrozzeria, dallo stampaggio della lamiera alla verniciatura alla vestizione degli interni. “In forgia – ricorda Calaminici – c’era un maglio della potenza di 35mila chilogrammi innovativo per quei tempi perché non aveva l’incudine e il martello, ma due mazze che si muovevano e si incontravano in aria a una certa altezza e ciò evitava vibrazioni eccessive sul pavimento. Sotto il maglio si lavoravano pezzi d’acciaio riscaldato per realizzare alberi motori, bielle e sospensioni. Questa tecnologia mi ha affascinato e quando sono stato assunto nel 1960 al termine del corso sono entrato all’ufficio per il disegno tecnico dell’attrezzatura dello stampaggio a caldo”.
All’Alfa Romeo c’era un presidente illuminato come Giuseppe Luraghi che teneva alla professionalità dei proprio dipendenti.
“Una persona eccezionale – dice Calaminici – che prevedeva scambi di esperienze fra noi tecnici dell’Alfa Romeo e altre società. Così nel 1965 siamo stati mandati per tre mesi in Inghilterra presso una società che aveva una grossa forgia. Lì ho perfezionato anche la lingua di cui avevo già una certa esperienza. Mentre procedevo nella carriera ho iniziato a occuparmi di questioni sindacali e nel 1969 sono stato eletto delegato d’ufficio e nel 1971 dirigente interno della Fiom Cgil”.
Intanto l’Armando aveva conosciuto Luciana Brugnoli che lavorava come segretaria del dirigente della fonderia che sarebbe diventata sua moglie e nel 1970 si era iscritto al Pci. Sono stati anni di fermento sindacale, anche perché nel frattempo era sorto ad Arese il nuovo stabilimento e per un certo numero di anni la catena di montaggio di una stessa auto era spezzata tra il Portello e Arese.
La vita in politica
“Quando nel 1970 mi sono iscritto al Pci – spiega Calaminici – avevo già conosciuto tanti compagni bravi, riformisti che mi hanno sostenuto. C’erano anche gli stalinisti, ma erano pochi, vecchi e non contavano nulla. Affiancando operai e impiegati mi ero distinto nelle piattaforme aziendali, che spesso hanno anticipato i contratti nazionali. Ma è anche vero che all’interno dell’Alfa Romeo avevamo una dirigenza che ci ascoltava. Quando nell’87 arrivò la Fiat, ci accorgemmo che era un colosso con i piedi di argilla. Noi eravamo partecipazioni statali, ma eravamo più avanti di loro. Per dirne una, noi si entrava già coi tornelli. Loro erano fermi ai cartellini. Erano autoritari, gerarchici, non creavano il feeling con i dipendenti che avevano un coinvolgimento verso la fabbrica, la qual cosa consente di avere una produttività più alta”.
Nel 1976 Calaminici viene candidato al Pci alle elezioni per il parlamento, ottenendo un successo personale nella lista Milano-Pavia con capolista Luigi Longo inaspettato anche per la dirigenza del partito. Rimarrà deputato per due legislature consecutive,la VII e l’VIII, fino al 1983 distinguendosi nella commissione trasporti.
“Sono diventato deputato – racconta – nel primo governo Andreotti della ‘non sfiducia’: nel’76 il Pci si è astenuto secondo l’accordo sul compromesso storico raggiunto tra Aldo Moro ed Enrico Berlinguer. Poi nel ’78 c’è stata l’uccisione di Moro. Io sono arrivato a Roma il giorno che lo hanno sequestrato. Un’atmosfera pesante. Ma la situazione più difficile era in Alfa Romeo dove si erano infiltrare le brigate rosse che sobillavano gli operai, spesso i più giovani, su posizioni estremiste scavalcando la sinistra. E’ un meccanismo che purtroppo si può ripetere sempre”.
Quelli sono anche gli anni dell’ascesa di Bettino Craxi, che impugnando il risultato elettorale del 1976 aveva messo in crisi il segretario del Psi Francesco De Martino e preso il posto.
“Lui è quello che rinnegò tutta la cultura dei socialisti – dice Calaminici , che lo vide all’opera in parlamento – ed è colui che insieme a Ciriaco De Mita imbeccò Romano Prodi a dare l’Alfa Romeo alla Fiat che la pagò infinitamente poco rispetto a quello che valeva in ratei diluiti in sette anni. Per dare un’idea a spanne, siamo a un pagamento di mille miliardi contro un valore di 44mila miliardi. Stiamo parlando di un gruppo che nell’87 aveva fabbriche al Portello e ad Arese, una a Pomigliano d’Arco e un’altra, storica, nelle vicinanze di Pomigliano che faceva la manutenzione dei motori d’aviazione e i camion”.
Terminata nell’83 l’esperienza romana, Calaminici torna ad Arese e rimane in Alfa Romeo fino al 1994. Ma in fabbrica tutto era diverso. Si licenziava e si esternalizzava parte della produzione. Intanto nell’85 era iniziata la sua carriera politica in Arese in qualità di vice sindaco e assessore all’urbanistica e all’edilizia nelle giunte Gentile e poi nella giunta Ronchi e, a seguire negli anni duemila, consigliere di minoranza durante i dieci anni del mandato Perferi. La sua presenza nella sezione del Pd è tuttora costante e di riferimento per gli aderenti. Dall’Alfa Romeo era andato in pensione nel 1994, avendone vissuto gli anni d’oro e della decadenza.
Ombretta T. Rinieri
Articolo pubblicato su “Il Notiziario” del 7 marzo 2025 a pag. 58