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Centenario Alpini. Intervista al presidente Alessandro Orlandini

L’evoluzione nel servizio di protezione civile obbligatoria

 

ARESE – L’8 luglio 1919 i reduci della Grande Guerra fondarono a Milano, in Galleria Vittorio Emanuele II,  l’associazione nazionale alpini con l’obiettivo di aiutare le  vedove e gli orfani dei caduti. Nella prima guerra mondiale in Piemonte morirono  sei persone su cento abitanti. In Sicilia una persona e mezza su cento. In una guerra fra le montagne,  in prima linea ci andò soprattutto gente che era nata in montagna. E fu un massacro. I sopravvissuti diedero la loro solidarietà alle  famiglie dei caduti partendo dalla constatazione che le piccole pensioni per gli orfani erano veramente piccole pensioni.  

 

Lunedì 15 luglio Milano ha reso gli onori ai caduti al sacrario  vicino a Sant’Ambrogio, mentre un convegno al Teatro Dal Verme ha ripercorso la storia dell’associazione, dalle origini a oggi e ricordato il messaggio forte dell’adunata nazionale per il centenario legato al senso di responsabilità, del dovere e ai valori che stanno alla base dell’impegno quotidiano degli alpini. Intanto a giugno la Camera ha approvato la legge 622 che istituisce per il 26 gennaio di ogni anno la “Giornata nazionale della memoria e del sacrificio alpino”. Si vuole tenere vivo il ricordo della battaglia di Nikolajewka, combattuta dagli alpini il 26 gennaio 1943.

 

Ma cosa significa essere alpino oggi? Lo abbiamo chiesto ad Alessandro Orlandini, presidente della sezione Alpini di Arese, che nata solo nel 2000 è  composta da una sessantina di membri con un’età media intorno ai 65 anni.

 

Qui siamo arrivati tardi  – racconta Orlandini – perché abbiamo messo lentamente radici. Arese è una città giovane fatta da persone che sono venute qui per lavoro negli anni 70-80. La maggior parte dei nostri alpini viene dal Veneto, dal Friuli, dal Piemonte, dalle montagne della Lombardia. Chi viveva in montagna e veniva chiamato alla leva andava negli alpini. Qui nessuno ha il  padre alpino, il figlio alpino, come avviene invece nelle valli bergamasche o nella Valtellina dove per generazioni sono tutti alpini”.

 

Gli alpini di Arese svolgono molti compiti come volontari della protezione civile di cui fanno parte insieme a carabinieri, vigili del fuoco, polizia locale e Misericordia. Fra le ultime iniziative, la donazione a Cascia insieme ala Misericordia di un’ambulanza.

 

A Cesano Maderno vi è il deposito della colonna mobile: ruspe, 4mila brandine, container con le tende e altre strutture in grado di arrivare in 48 ore  sul posto dell’emergenza. La colonna mobile è data in gestione agli alpini.

 

La sede della sezione degli alpini di Arese

Il gruppo degli alpini di Arese  fa parte della provincia di Milano, la cui sezione ne raduna diversi. Per esempio ve n’è uno a Lainate, uno a Bollate, uno a Rho, uno a Legnano. Non c’è a Garbagnate. Non c’è a Novate. I vari gruppi  sono poi collegati con la sede logistica di Cesano Maderno, dove  c’è anche un gruppo di alpini  per gestire il deposito della colonna mobile i cui materiali  devono essere continuamente aggiornati per essere pronti in ogni istante.

La colonna mobile – spiega Orlandini –  è la prima unità che parte su richiesta. Due o tre anni fa arrivò nelle Marche un’enorme nevicata e tutti i  mezzi delle varie protezioni civili furono coinvolti. Andammo  lì. Andammo all’Aquila. Abbiamo bisogno però del ricambio generazionale. Uno degli obiettivi sarebbe di creare una protezione  civile obbligatoria dove i formatori  dell’educazione potrebbero essere gli alpini. Noi siamo 300mila alpini iscritti e abbiamo gli stati generali. Si potrebbero addestrare tutti i giovani per 5-6 mesi, ma è chiaro che ci vogliono delle infrastrutture importanti”.

 

I ragazzi potrebbero  imparare a essere operativi nelle emergenze  quali alluvioni, nevicate, terremoti e altri cataclismi. “Esatto – dice Orlandini – poi imparerebbero la disciplina, che significa rispondere a un ordine velocemente e con efficienza perché si è consci che si sta facendo una cosa importante”.

 

La protezione civile nacque nel 1976 sull’onda del terremoto del Friuli per iniziativa del ministro Zamberletti. Il 30 per cento della protezione civile è formato dagli alpini. “A Bergamo – continua Orlandini- noi abbiamo un ospedale da campo pronto a partire. E’ stato a Cylon, in Armenia e più recentemente in Abruzzo”.

 

Nella protezione civile tutti possono essere utili. Uomini e donne che siano. Dagli elettricisti ai geometri, dagli infermieri agli autisti, da  chi cucina agli spazzini agli organizzatori. “Quando è venuto il papa a Bresso – dice Orlandini – abbiamo fatto il servizio d’ordine per 300-400mila pellegrini.   Una delle cose  sul territorio che andiamo a fare sono le pulizie dei letti e degli argini dei fiumi o il taglio degli arbusti. Protezione civile significa che le persone devono essere formate, addestrate, allenate”.

 

Nell’ambito del locale  la sezione degli alpini  opera solo su Arese svolgendo  piccoli servizi alla comunità, come per esempio la guardiania a Villa Ricotti, come assistenza alle cerimonie del 25 aprile o lo  sbandieramento della città. Quando Arese è vestita con il tricolore, sono gli alpini che ce l’hanno messo.

Ombretta T. Rinieri

pezzo pubblicato su “Il Notiziario” del 19 luglio 2019 a pag. 57