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Violeta Parra, la cultura cilena ad Arese

ARESE – Sabato scorso si è tenuto all’auditorium “Aldo Moro” uno spettacolo concerto a cura del coro Hispano-Americano dedicato alla figura di Violeta Parra, poetessa, pittrice e cantautrice cilena di cui nel 2017 si è celebrato il centenario dalla nascita.

 

Le musiche e i canti sono stati inframmezzati dal racconto biografico scenico scritto e letto da Chiara Continio, docente di storia dell’università Cattolica, alla sua seconda esperienza con il coro, per il quale ha anche scritto “Mujeres” andato in scena a inizio marzo all’area Metropolis di Paderno Dugnano.    Padrino dell’evento Eugenio Gigliola, docente del liceo artistico “Lucio Fontana”  e da due anni nel corso, per la valenza culturale di Violeta Parra nei confronti dei ragazzi.

 

Da bambina Violeta Parra aveva preso il vaiolo e i segni della malattia le erano rimasti sul viso facendole provare fin da piccola i sentimenti di esclusione dalle sue compagne. Un marchio a fuoco che la portò presto a sviluppare una sensibilità particolare per i più deboli, gli umiliati, gli offesi, i dimenticati, i poveri.

 

Attraverso l’opera culturale dell’artista il mondo ha cominciato a conoscere nella prima metà del secolo scorso il folklore e la cultura del Cile, un serpente che attraversa tre continenti, l’America, l’Oceania e l’Antatide e che vanta tre fasce climatiche diverse. Una terra dominata dagli spagnoli fin dal ‘500 contro cui la popolazione indigena lottò a lungo. Una lotta vana se oggi si considera che siano rimasti in meno di dieci i discendenti diretti degli indios della Patagonia. Una storia che sarebbe stata dimenticata del tutto senza Violeta Parra.

 

Il Cile l’ha chiamata”, ha detto Continio nella sua prosa scenica. Così ha cominciato a girare il paese in lungo e in largo dissotterrando la musica e le parole, le energie che arrivavano da lontano nel tentativo di recuperare le radici profonde del paese.

 

Con i suoi fratelli si schierò più volte con i poveri che lottavano per i propri diritti. Pur non aderendo mai a movimenti politici, la sua fu di fatto vita politica. La sua lotta fu una lotta di stenti. Le sue armi la voce, le mani, gli occhi, le orecchie, i piedi, e tutto. Le orecchie per raccogliere le melodie dimenticate, la voce per ricantarle, i piedi per esplorare il suo paese, dal deserto fino alla punta estrema della Patagonia. Le mani, perché tesse arazzi per riscoprire la tradizione tessile del suo popolo e per dipingere anche perché l’arte del suo paese potesse essere vista nel mondo: fu la prima donna a esporre al Louvre con una mostra personale nel 1964.

 

Una potente azione politica esercitata fuori dalla competizione politica, quella tradizionale. Ma finì suicida per amore. Per un  uomo più giovane di lei di quasi vent’anni per il quale aveva lasciato il secondo marito.

Ombretta T. Rinieri

articolo completo pubblicato su Il Notiziario il 23 marzo 2018 a pag. 70