BRUXELLES – La Commissione europea ha deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Unione europea per la mancata bonifica o chiusura di quarantaquattro discariche in violazione dell’articolo 14 della direttiva 31 del 1999 del Consiglio europeo, che stabilisce norme per proteggere le acque superficiali, le acque freatiche, il suolo e l’atmosfera dagli effetti negativi della raccolta, del trasporto, del deposito, del trattamento e dello smaltimento dei rifiuti. Il tutto a tutela della salute umana e dell’ambiente.
In base alla direttiva, tutti gli stati erano tenuti a bonificare entro il 16 luglio 2009 le discariche che avevano ottenuto un’autorizzazione o che erano già in funzione prima del 16 luglio 2001 (“discariche esistenti”). L’Italia non vi ha provveduto completamente, nonostante la Commissione le abbia trasmesso nel giugno 2015 un parere motivato supplementare nel quale la esortava a trattare adeguatamente cinquanta siti considerati una minaccia per la salute e l’ambiente. Da qui la decisione di deferire il nostro Paese alla Corte di giustizia Ue.
Tutti gli stati membri dell’Unione europea sono infatti tenuti a recuperare e smaltire i rifiuti in modo tale da non mettere in pericolo la salute umana e l’ambiente, vietando l’abbandono, lo scarico e lo smaltimento incontrollato dei rifiuti. In particolare lo smaltimento in discarica è il sistema dal punto di vista ambientale meno sostenibile in assoluto. Sentenze di condanna a riguardo sono state già emesse dalla Corte di giustizia europea nei confronti di Bulgaria, Cipro e Spagna.
Acque Reflue urbane
E’ in arrivo per l’Italia un nuovo parere motivato da parte della Commissione europea in tema di acque reflue urbane in quanto Roma ormai da dieci anni non garantisce che tutti gli agglomerati con oltre duemila abitanti siano dotati di adeguati sistemi di raccolta e trattamento delle acque reflue, ponendosi fuori dal dettato della direttiva 91/271 Cee e mettendo a rischio la salute umana e l’ambiente.
Sarebbero ben 758 gli agglomerati sparsi in diciotto regioni o province autonome con oltre 18 milioni di abitanti fuori norma: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Friuli-Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Piemonte, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana, Trento, Umbria, Valle d’Aosta e Veneto.
Inoltre, non soddisfatte in 32 zone sensibili anche le prescrizioni sulla riduzione del quantitativo di fosforo e azoto in ingresso agli impianti di trattamento.
Contro l’Italia, la Corte di giustizia europea si è già pronunciata in due cause nel 2012 e nel 2014 a causa della violazione generale e persistente della direttiva sul trattamento delle acque reflue riguardanti rispettivamente 80 e 24 agglomerati.
A dicembre la Commissione ha deciso di deferire nuovamente l’Italia alla Corte di giustizia europea e ha proposto sanzioni finanziarie nella causa riguardante ottanta agglomerati con una popolazione equivalente a oltre quindicimila abitanti. L’Italia dispone ora di due mesi per porre rimedio alla situazione. In caso contrario, il paese potrà essere deferito alla Corte di giustizia Ue.
Emissioni automobilistiche
Un terzo procedimento d’infrazione nei confronti dell’Italia riguarda invece le emissioni automobilistiche. Secondo la Commissione l’Italia non avrebbe vigilato sull’omologazione dei veicoli prodotti da Fca (Fiat Chrysler Automobiles). In base alla legislazione vigente dell’Unione europea spetta infatti alle autorità nazionali verificare che un tipo di automobile soddisfi tutte le norme europee prima che le singole auto possano essere vendute sul mercato unico. In caso di violazioni, il paese membro deve adottare le misure correttive opportune come ordinare un richiamo e applicare le sanzioni proporzionate e dissuasive stabilite dalla sua normativa nazionale.
La Commissione ha già avviato procedure di infrazione nei confronti degli stati Ue che hanno rilasciato le omologazioni per il gruppo Volkswagen nella Ue per non aver applicato le sanzioni stabilite dalle loro disposizioni nazionali, nonostante l’uso di un software di manipolazione illegale da parte di tale gruppo. Il caso in questione si riferisce alle informazioni portate a conoscenza della Commissione nel contesto di una richiesta del ministero dei Trasporti tedesco di mediare un disaccordo tra le autorità tedesche e quelle italiane riguardante le emissioni di NOx prodotte da un tipo di veicolo omologato dall’Italia.
Nel corso della procedura di mediazione la Commissione ha esaminato con attenzione i risultati delle prove delle emissioni di NOx fornite dall’autorità di omologazione tedesca (Kraftfahrt-Bundesamt), così come le ampie informazioni tecniche fornite dall’Italia sulle strategie di controllo delle emissioni adottate da Fca nel tipo di veicolo in questione.
La normativa Ue in materia di omologazione vieta l’uso di impianti di manipolazione come software, timer o finestre termiche, che conducono a un aumento delle emissioni di NOx al di fuori del ciclo di prova, a meno che essi non siano necessari per proteggere il motore da danni o avarie e per garantire un funzionamento sicuro del veicolo. Come la Commissione ha più volte evidenziato, questa è un’eccezione al divieto e come tale va interpretata in maniera restrittiva.
La Commissione chiede ora formalmente all’Italia di dare una risposta alle sue preoccupazioni circa l’insufficiente giustificazione fornita dal costruttore in merito alla necessità tecnica — e quindi alla legittimità — dell’impianto di manipolazione usato e di chiarire se l’Italia è venuta meno al suo obbligo di adottare misure correttive per quanto riguarda il tipo di veicolo Fca in questione e di imporre sanzioni al costruttore di automobili. L’Italia ha ora due mesi di tempo per rispondere alla Commissione europea.
O.T.R.