Lucia Pozza e Rosanna Barberini: cinque anni vissuti con la Gallazzi
14 Ottobre 2016 | Inserito da Ombretta T. Rinieri under Bianca, Cronaca, Sanitaria, Sociale |
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ARESE – La mamma, Lucia Pozza, non c’è più. Il 15 giugno di quest’anno, all’età di 105 anni ha posto fine volontariamente alla sua esistenza su questa terra rifiutando di alimentarsi. Il motivo? Forse la morte del figlio disabile di ottant’anni avvenuta qualche mese prima, di cui nessuno le aveva detto nulla, ma che probabilmente aveva percepito. “Non glielo detto – mi racconta ora la figlia rimasta di Lucia, Rosanna Barberini – ma in quei giorni era strana. Deve averlo percepito. Con il primo caldo collassava, si è messa a letto e ha cominciato a rifiutare di mangiare”.
Lucia Pozza abitava in Gallazzi Vismara dal 2011, aveva fatto la ritirata di Caporetto sull’Altipiano di Asiago ed era una donna tosta: quando ascoltava in silenzio la figlia dibattere con il personale e gli altri parenti della struttura sui problemi che riscontrava nella rsa esclamava a dispetto dell’età: “Fai bene Rosanna, vai avanti”. Ed eccomi a parlare con Rosanna che in parte questi problemi ha deciso di raccontarli pubblicamente.
Perché ora? Perché le battaglie di principio purtroppo – come mi disse un’altra figlia tanti anni fa quando mi occupai della rsa “Pertini” di Garbagnate Milanese – non si possono fare sulla pelle dei genitori quando loro, e tu, gioco forza devi dipendere dagli estranei per l’assistenza e la conduzione degli ultimi anni di vita. E’ un autocensura da cui purtroppo non passano soltanto i parenti degli anziani, ma anche spesso quelli dei malati negli ospedali, delle famiglie nelle scuole e ovunque vi siano persone fragili bisognose d’aiuto. La paura delle ritorsioni è troppo forte. E allora i più tacciono.
Lucia stava al nucleo protetto Alzheimer. Ma non aveva l’Alzheimer. Aveva una demenza senile. Era finita lì, inizialmente fra le proteste della figlia, perché un giorno aveva rischiato di cadere con la carrozzina dal secondo piano. “Era rimasta incustodita con altri nel salone – racconta Rosanna – lei si è mossa, è finita sul ballatoio, le scale non hanno cancello e un ruotino della carrozzina era fuori dal gradino. E’ stata presa al volo da due parenti di altri anziani che uscivano in quel momento dall’ascensore. Ciò perché spesso e volentieri chi resta in salone resta incustodito.
Se le due Asa che sono sul piano durante il giorno devono andare a sollevare qualcuno dal letto o devono portare qualcuno in bagno, oppure ce n’è una sola sul piano perché l’altra è impegnata altrove, gli anziani restano lì da soli. Devo dire che poi al nucleo protetto mia madre è stata meglio. E’ un ambiente più piccolo, con quindici persone, ci sono due Asa per loro, è tutto su un piano e in estate c’è l’aria condizionata”.
Ma di lì non poteva più uscire e le relazioni interpersonali con anziani dalle capacità cognitive simili alle sue erano sicuramente ridotte. “Lo so. Quando ho chiesto l’intervento dell’Asl perché mia mamma era stata portata giù, mi hanno fatto presente che nonostante i suoi 101 anni e il fatto che fosse in carrozzina, lei riusciva ad aprire la porta antincendio. Eppure mia mamma era uno scricciolo e aveva la cintura di contenzione”.
Ma come mai sui piani non vi sono i cancelletti di salvaguardia alle scale? “A causa della normativa antincendio. Se però malauguratamente dovesse scoppiare un incendio, chi salva gli anziani in carrozzina? L’ascensore non può essere usato e non esiste uno scivolo. Chi li porta a braccio fuori dalla palazzina per le scale antincendio?”.
Ombretta T. Rinieri
“Il Notiziario” 14 ottobre 2016 – pag. 73